Il caso vitamina C e Covid-19

Il caso vitamina C e COVID-19: come Big Pharma indirizza la ricerca medica e condiziona la nostra salute.

Intervista al Dottor Domenico Mastrangelo

Questo articolo è tratto da Scienza e Conoscenza 73

Ivan Illich diceva che «la corporazione medica è diventata una grande minaccia per la salute»: in un mondo in cui gli obblighi sanitari diventano sempre più stringenti e si affermano a divenire prerequisiti per accedere a diritti prima universalmente riconosciuti (scuola, lavoro, salute), e la ricerca medico-scientifica è principalmente indirizzata dagli interessi dell’industria farmaceutica è difficile non aderire alla visione del filosofo austriaco.

Della commistione tra denaro e ricerca, interessi politici e salute pubblica abbiamo parlato col dottor Domenico Mastrangelo, che da decenni si occupa dello studio degli effetti della vitamina C ad alte dosi per via endovenosa – terapia da sempre osteggiata da Big Pharma – nel trattamento del cancro e di altre condizioni patologiche e ha al suo attivo oltre 120 pubblicazioni scientifiche sul tema.

Dottor Mastrangelo, lei ha scritto un libro dal titolo Il tradimento di Ippocrate. La Medicina degli affari: di che cosa parlava questo suo libro del 2010? Perché lo ha scritto e perché Ippocrate è stato tradito? 

Il libro parla di tutto quanto c’è di sbagliato nella medicina. Purtroppo, tutti tendiamo a risiano fondate e precise, ma non è affatto così. «La medicina» – diceva William Osler, uno dei padri della medicina moderna – «è scienza dell’incertezza e arte della probabilità»; ed è proprio questa la chiave di lettura che tutti dovremmo adottare, per comprendere la vera natura e il ruolo dell’arte medica nella società.

Oggi più che mai si sta radicando nell’opinione pubblica l’idea che la medicina sia onnipotente e in grado di risolvere tutto e, in questa prospettiva, si va sempre di più affermando il “principio di autorità”, secondo il quale i concetti e le nozioni espressi dalla medicina non hanno bisogno di alcuna verifica scientifica o sperimentale. Si dice, ad esempio, che i vaccini hanno salvato l’umanità, fanno bene e sono privi di qualsiasi tossicità, e nessuno osa contraddire il medico che si esprime in questi termini, anche se un’accurata disamina dei fatti e della letteratura scientifica dimostra la totale infondatezza dell’assioma: vaccino uguale buono, efficace e sicuro.

La medicina, anche grazie allo strapotere economico di Big Pharma, che oggi si prende cura perfino della formazione dei giovani medici, è diventata l’antitesi della scienza e la sintesi del più bieco dogmatismo; la vicenda del COVID-19 ne è una chiara dimostrazione. Ippocrate è stato tradito dalla medicina dei farmaci e dei vaccini, in quanto, grazie sempre a Big Pharma, la medicina si è trasformata in business, perdendo completamente di vista il suo ruolo fondamentale e la ragione stessa della sua esistenza.

Il caso della vitamina C, di cui oggi si nega l’efficacia nella cura delle patologie virali e di quelle tumorali, come si inscrive nel quadro della medicina degli affari? 

Ne è un caso perfettamente esplicativo: non importa che una terapia sia efficace; importa, caso mai, che essa si prolunghi nel tempo, magari fino alla morte, in modo tale che ognuno di noi diventi una specie di “abbonato” all’industria dei farmaci. Curare, nel senso di risolvere una condizione patologica, non è più tra gli obiettivi principali della scienza medica. La medicina deve, se possibile, cronicizzare le malattie, perché l’impiego dei farmaci si prolunghi fino alla fine della nostra esistenza. D’altra parte, nonostante il vasto armamentario di farmaci a nostra disposizione, di fatto non ci sono malattie che i farmaci possano “curare”, se per “curare” intendiamo operare in modo che la malattia scompaia e il paziente recuperi una condizione di salute stabile e definitiva.

Quali sono le dinamiche in atto tra ricerca scientifica, università, riviste scientifiche e case farmaceutiche che impediscono il proseguire della ricerca sull’efficacia della vitamina C? 

A questa domanda risponde egregiamente la nota introduttiva di un libro, intitolato Medicine letali e crimine organizzato, scritto da Peter Gǿtszche, un medico che ha lavorato in un’organizzazione no profit che studia e analizza le sperimentazioni cliniche sui farmaci. L’introduzione a questo libro è stata scritta da Richard Smith, già editore capo del «British Medical Journal», che, a proposito dell’opera di Gǿtszche, così si esprime: «Le aziende farmaceutiche hanno sistematicamente favorito la corruzione delle ricerche di valutazione, al fine di accentuare gli effetti benefici e di minimizzare gli effetti negativi dei propri farmaci. Molti lettori si chiederanno se Peter non ci sia andato un po’ troppo pesante nell’accostare le attività delle aziende farmaceutiche a quelle della criminalità organizzata. Il crimine organizzato, secondo la legislazione americana, è contraddistinto dalla reiterazione di alcuni reati specifici, come l’estorsione, la frode, i reati contro le leggi federali, la corruzione, l’appropriazione indebita, l’intralcio alle indagini, l’intralcio all’applicazione delle leggi, la manomissione delle prove e la corruzione dei politici. Egli mostra fino a che punto si siano spinte le aziende nella campagna acquisti di medici, di professori universitari, di riviste mediche, di associazioni di professionisti e di utenti, di interi dipartimenti universitari, di giornalisti, di membri degli enti regolatori e di politici. Questo è il modo di procedere della criminalità organizzata». Più chiaro di così!

Fonte

[Continua… ] su Scienza e conoscenza n. 73

 

Appesi a un numero: covid-19 e la scienza a porte chiuse

Riceviamo la trascrizione dell’intervento del Prof. Mamone Capria, Matematico ed Epistemologo presso l’Università di Perugia che ha partecipato alla conferenza stampa “Coronavirus: emergenza sanitaria o democratica?”, tenutasi il 29 luglio alla Camera dei deputati a Roma e ne pubblichiamo alcuni punti:

“Il primo punto è una questione di metodo: la segretezza.
I lavori dei suddetti comitati ristretti non sono stati resi accessibili ai cittadini. Si badi bene che la segretezza dei verbali del CTS non è stata una dimenticanza, ma è stata mantenuta pervicacemente dal governo nonostante richieste di accesso provenienti da più parti. Solo pochi giorni fa la Fondazione Einaudi ha vinto il ricorso al TAR del Lazio , che si è pronunciato il 22 luglio per l’accesso generalizzato alla documentazione.

[Purtroppo il governo si è appellato, a quanto si è letto due giorni dopo .]

Personalmente trovo incredibile, anche soltanto per questa ragione, che la richiesta di rinnovo dello stato di emergenza sia stata accolta da rappresentanti del popolo.

Il secondo punto…
… è che per difendere le misure eccezionali prese o da prendere, si è fatto di tutto per far apparire il covid-19 una malattia senza precedenti e indecifrabile. Dopo mesi di esperienza clinica e di ricerca sul covid-19, ancora si possono leggere titoli di giornale del seguente tenore: «Avremo seconda ondata come in Spagna? “Virus imprevedibili. Prudenza in vacanza”». Una nuova peste, insomma, e non a caso si è costantemente e stucchevolmente utilizzata, a sproposito, la metafora del «nemico invisibile» che gli storici della medicina avevano introdotto, opportunamente, per descrivere la situazione in cui si trovavano i magistrati della sanità nei comuni italiani alle prese con epidemie di peste tra Trecento e Seicento – molto prima, cioè, che la scienza avesse scoperto il mondo dei microrganismi.
A gennaio l’ISS aveva sconsigliato di effettuare i tamponi a tutti quelli che si presentavano con sintomi “suggestivi”, per una ragione molto semplice e, tutto sommato, ragionevole: i sintomi del covid-19 erano poco specifici, cioè sostanzialmente indistinguibili da quelli delle altre similinfluenze. Citazione: «Data la poca specificità dei sintomi comuni dell’infezione da coronavirus è possibile effettuare test di laboratorio su campioni respiratori e/o siero soprattutto in
caso di malattia grave». Ed ecco infatti come l’ISS descrive i sintomi delle infezioni da «coronavirus umani comuni»:
«I coronavirus umani comuni di solito causano malattie del tratto respiratorio superiore da lievi a moderate, come il comune raffreddore, che durano per un breve periodo di tempo. I sintomi
possono includere: naso che cola; mal di testa; tosse; gola infiammata; febbre; una sensazione generale di malessere.»
Naturalmente ognuna delle sindromi con questi sintomi (non a caso sono dette similinfluenze) , quale che ne sia l’agente patogeno (se ne contano due-trecento!) può essere accompagnata da complicanze più o meno gravi secondo le condizioni fisiche del paziente. C’è un fatto che non capita mai di vedere esposto in programmi di informazione televisivi: e cioè che durante la cosiddetta stagione influenzale chi non si ammala di influenza, ma di una delle tante altre
similinfluenze, non è l’eccezione ma la regola: fa parte di una larga maggioranza – più del doppio dei malati di influenza propriamente detta.
Si potrebbe supporre che la mortalità attribuibile alle similinfluenze sia molto inferiore a quella del covid-19. Prendiamo allora uno studio dell’ISS [per il riferimento e i numeri si veda qui] che riguarda le 4 stagioni influenzali dal 2013 al 2017. Secondo tale studio, la media stagionale dei decessi attribuibili alle similinfluenze e alle loro complicanze è stata 34.171 con un minimo di 24.791 e un massimo di 43.366. Per un confronto, si può osservare che i decessi da covid-19 fino al 22 luglio sono stati 34.142.
Poiché la stampa alimenta ancora il mito della radicale novità del SARS-CoV-2, vorrei citare almeno un articolo del 10 giugno, dove l’ex direttore dell’Istituto di immunologia dell’Università di Berna, il prof. Beda Stadler, ha scritto:
«questo cosiddetto nuovo virus è collegato molto fortemente al Sars-1 così come ad altri beta-coronavirus, che ogni anno ci fanno venire il raffreddore [sono i coronavirus della precedente citazione dell’ISS (NdR)]. […] SARS-CoV-2 non è così nuovo, ma è semplicemente un virus
stagionale del raffreddore, che muta e sparisce durante l’estate, come fanno tutti i virus del raffreddore – che è ciò che stiamo osservando globalmente proprio adesso.»
La polarizzazione tra influenza o le mai nominate similinfluenze da una parte, e covid-19 dall’altra non ha quindi mai avuto un fondamento clinico reale, ma è nata con finalità propagandistiche:
destabilizzare l’opinione pubblica comunicandole che era in circolazione un agente virale di cui non si sapeva nulla tranne che era molto più pericoloso dell’influenza e che ogni nuova decretazione al riguardo era questione di vita o di morte.
Quando poi si è visto, a due riprese, il ministero della Salute sconsigliare i medici dall’effettuare autopsie sui deceduti da covid-19, è stato chiaro che le nostre massime autorità sanitarie si stavano mettendo d’impegno a infittire il mistero attorno al SARS-CoV-2.

A tale proposito considererò due aspetti cruciali.

Il primo è che, per i virus che si trasmettono attraverso i fluidi delle alte vie respiratorie, l’infetto asintomatico è molto difficile che possa essere contagioso. Anche senza mascherina, se non starnutisce e non tossisce, e magari ha anche la sana abitudine di respirare con il naso anziché con la bocca, come fa a trasmettere il virus in misura tale da infettare un ignaro passante che ha avuto lasola colpa di passargli per pochi secondi a meno di un metro? Eppure quando l’8 giugno la dottoressa Maria Van Kerkhove, non l’ultimo venuto, ma il «capo del team tecnico anti-Covid-19 dell’OMS», ha dichiarato: «È molto raro che una persona asintomatica possa trasmettere il coronavirus», è stata attaccata e insultata, soprattutto in Italia. Come mai? La ragione è che dichiarare pericolosi gli asintomatici (compresi quelli che, proprio perché privi di sintomi, non si sono mai sottoposti al tampone) garantisce il perdurare a tempo indefinito della paura della malattia – perché anche una persona che gode di ottima salute diventa un potenziale “asintomatico contagioso”.

L’altro aspetto cruciale è l’evoluzione dell’epidemia. Diversi medici e scienziati (si ricordi ad esempio la citazione di Stadler) avevano previsto quello che è ormai sotto gli occhi di tutti nonostante gli sforzi, degni di miglior causa, per negarlo da parte dei principali media: e cioè che il cov-2 si sarebbe comportato come gli altri agenti similinfluenzali, che in Italia sono caratterizzati da una pronunciata stagionalità – la loro attività comincia pressappoco a ottobre e torna al livello basale all’inizio di maggio.

È un fatto, questo, così ufficialmente riconosciuto, che i mesi da me indicati, o più precisamente il periodo dalla 42ma settimana di un anno alla 17ma dell’anno successivo, definiscono la stagione influenzale ai fini della sorveglianza sanitaria sulle similinfluenze. Ebbene, all’improvviso questa nozione così radicata è sparita dalla visuale dei principali media, che tuttora insistono a segnalare quotidianamente focolai, anche minuscoli, di covid-19, con notiziari che rassomigliano, come è stato giustamente detto, a notiziari di guerra.

Ma – si dirà – non si può negare che continuano ad esserci focolai di covid-19.

Qui dobbiamo tornare alla questione delle misure di confinamento. Qual era esattamente il loro scopo? Come abbiamo detto, esse dovevano impedire il sovraffollamento degli ospedali, e in particolare dei reparti di terapia intensiva. Lo scopo non era mai stato di azzerare i contagi. E chi la pensa diversamente si dovrebbe chiedere: sarebbe stato uno scopo realizzabile?

Consideriamo le similinfluenze. Alla 17ma settimana di ogni anno la loro incidenza scende di solito sotto un caso di similinfluenza ogni 1000 assistiti, ma certamente non arriva a zero. Anche al di fuori della stagione influenzale, è bene precisarlo per dare un piccolo aiuto a quelli che profetizzano «seconde ondate», capita che scoppino epidemie similinfluenzali che mettono a letto decine di migliaia di italiani. Per esempio nel settembre 2017 si poteva leggere la notizia: «80mila italiani a letto con la febbre». Ma in questa come in altre simili occasioni i telegiornali non ci informavano quotidianamente del decorso di tali malattie, e tanto meno dell’incidenza delle complicanze. Le rare volte che si trovavano articoli di giornale al proposito erano per avvertire il lettore che “questa non è ancora l’influenza – quindi temete il peggio!”.

Nella 17ma settimana di quest’anno i casi di similinfluenza sono stati 42 ogni 100.000 assistiti. Nel 2019 erano 95 e nel 2018 erano 64. Sto parlando, lo ripeto, dell’ultima settimana di sorveglianza delle similinfluenze, cioè quando il fenomeno sanitario è ufficialmente ritenuto residuale, e come tale indegno di far proseguire l’indagine epidemiologica. Davvero nessuno si era mai sognato di invocare lo stato di emergenza finché non si fosse arrivati a zero!

Invece con il covid-19 la strategia sanitaria è cambiata radicalmente. Il fatto che oggi i reparti di terapia intensiva siano pressoché vuoti e che i casi trovati positivi al SARS-CoV-2 siano ormai rarissimi sembra non avere alcuna importanza. Per farci un’idea dell’ordine di grandezza, dal 13 al 19 luglio, l’incidenza di casi positivi è stata di 2,22 ogni 100.000 abitanti, cioè 1341 casi in tutto il Paese: è circa un ventesimo dei casi di similinfluenza nella 17ma settimana, che sono stati più di 25.000. Dei casi positivi tra il 13 e il 19 luglio, per giunta, la stragrande maggioranza (il 78%) sono stati diagnosticati in Lombardia (N = 395), Emilia Romagna (N = 247), Veneto (N=251), Liguria (N= 71) e Lazio (N= 88). Anche considerando insieme le due settimane dal 6 al 19 luglio, l’incidenza di casi positivi arriva soltanto a 4,55 su 100.000. Questi sono tutti dati ufficiali: non mi sto inventando niente, né attingendo a fonti speciali.
Sarebbero evidentemente dati molto rassicuranti, ma non per l’ISS, che ammonisce: «L’attuale andamento dell’epidemia richiama ad un atteggiamento di massima prudenza in questa fase di transizione. È fondamentale, infatti, mantenere comportamenti individuali corretti
per limitare il rischio di un aumento del numero di casi e decessi nel breve termine.»
In altre parole, il fenomeno covid-19 è diventato residuale, lo dicono i dati ufficiali, ed è largamente limitato a un quarto delle regioni italiane, ma questo non deve tranquillizzare i cittadini: anzi,
«richiama ad un atteggiamento di massima prudenza»! Perché l’ISS non ha mai fatto lo stesso “richiamo” alla 17ma settimana della sorveglianza similinfluenzale, nonostante ci fossero 25.000 persone ammalate, come quest’anno, o 57.000 come l’anno scorso? (No, non un misero 1341: un bel po’ di più). Sembra chiaro che lo scopo del monito è di suggerire che la diminuzione dei casi la si debba solo alle misure di confinamento, non alla stagionalità del fenomeno epidemiologico e all’esistenza di una ampia classe di individui immuni.
L’ISS va capito. Poiché è stato il principale consigliere del “lockdown”, e poiché la gravità delle conseguenze economiche e sociali di tale misura draconiana sono evidenti a tutti, non c’è da stupirsi se poi preferisca dare per scontato che il lockdown nazionale sia stata una scelta inevitabile. Un modo per affermarlo è farne incombere la minaccia sulla popolazione alla minima fluttuazione del parametro Rt. Senza entrare nel merito della diversità delle metodiche con cui si può tentare di dargli un valore numerico, mi limito a dire che non si può prendere seriamente come base normativa un parametro che, come ammette lo stesso ISS, può superare la soglia critica (= 1) anche sulla base di pochissimi nuovi casi se i casi di partenza erano già pochi. Insomma: l’ideale per creare allarmi infondati anche in regioni appena sfiorate dal covid-19.
Un altro modo di difendere il lockdown è appoggiare la scelta del nostro governo di dilapidare centinaia di milioni di euro dei contribuenti per acquistare a scatola chiusa un vaccino privo di garanzie di efficacia e di sicurezza, ma presentato come la sola possibilità per liberarci del distanziamento sociale e delle mascherine. Neanche una parola sui progressi terapeutici e quello che è stato fatto e che ci ha permesso di lasciarci alle spalle il quadro desolante delle prime settimane.

L’opera di diffondere paure da parte dell’ISS non si è fermata qui.

Una delle caratteristiche più note delle persone decedute “con covid-19” è il fatto di essere in larghissima maggioranza affette da altre gravi patologie. Ma ecco che cosa ne dice il rapporto congiunto ISS-ISTAT del 16 luglio – un matrimonio di convenienza non molto bello: «COVID-19 è una malattia che può rivelarsi fatale anche in assenza di concause. Non ci sono infatti concause di morte preesistenti a COVID-19 nel 28,2% dei decessi analizzati, percentuale simile nei due sessi e nelle diverse classi di età. Solo nella classe di età 0-49 anni la percentuale di decessi senza concause è più bassa, pari al 18%.»

28,2%? 18%? Se si va a consultare il documento proprio dell’ISS “Report sulle caratteristiche dei pazienti deceduti positivi all’infezione da SARS-CoV-2 in Italia”, di appena una settimana prima, il 9 luglio 2020, basato sull’analisi di cartelle cliniche, e non di certificati di morte come il rapporto ISS-ISTAT, si scopre che la percentuale dei deceduti senza patologie preesistenti è il 4% (e l’80% ne ha più di una). «Complessivamente, 153 pazienti (4,0% del campione [di 3952 cartelle cliniche]) presentavano 0 patologie […]». Non c’è niente di anomalo in questa valutazione, che è sostanzialmente sovrapponibile a quelle che l’ISS ha diffuso per quattro mesi. Com’è allora possibile che si sia saliti a ben sette volte tanto (il 28,2%)? Ho analizzato in dettaglio la questione in un mio articolo, ma in sintesi si può dire che questa nuova e sconcertante stima dimostra in buona parte il successo riscosso dalle autorità sanitarie nell’indurre i medici certificatori a inserire “covid- 19” anche dove c’entrava molto poco, e a non sforzarsi di leggere attentamente le cartelle cliniche dei deceduti.

Ma ISS e ISTAT non si sono accontentati.

Nello stesso spirit, chiamiamolo così, di “tranquillizzazione del pubblico”, l’ISS e l’ISTAT hanno pubblicato una conclusione clamorosa che è stata immediatamente ripresa da organi di stampa e siti di informazione: «COVID-19 è nove volte su 10 la causa di decesso In base all’analisi condotta sulle schede di decesso, COVID-19 è la causa direttamente responsabile della morte, ossia è la causa iniziale, nell’89% [notate la precisione! (NdC)] dei decessi di persone positive al test SARS-CoV-2 (Figura 1). In questi casi, la morte è quindi causata direttamente da COVID-19, seppure spesso sovrapposto ad altre malattie preesistenti, e dalle sue complicanze. In altri termini è presumibile che il decesso non si sarebbe verificato se l’infezione da SARS-CoV-2 non fosse intervenuta.»
Secondo la stessa logica, se una persona cade e viene ricoverata in ospedale per una sospetta frattura al femore, e se il reparto ortopedico di quell’ospedale è colonizzato da ceppi batterici antibiotico-resistenti che infettano la persona e la fanno morire, la «causa direttamente responsabile» della morte è stata… la caduta. Parafrasando il testo del rapporto si può infatti dire, del tutto correttamente: «è presumibile che il decesso non si sarebbe verificato se [la caduta] non fosse intervenuta». Al posto della caduta si può inserire qualsiasi causa che abbia portato al ricovero (con i mutamenti necessari per quanto riguarda il reparto ospedaliero). In particolare anche l’esito positivo del tampone, esito che potrebbe essere stato un falso positivo, può diventare «la causa direttamente responsabile della morte»: anche nel caso di una persona anziana e sofferente di diabete di tipo 2 e di cardiopatie ischemiche. Per chi pensasse che l’esempio che ho fatto sia esagerato, ricordo che una ricerca dell’Osservatorio nazionale sulla salute (OSN) pubblicata nel 2019 ha trovato che la «mortalità causata dalle infezioni ospedaliere» è passata «dai 18.668 decessi del 2003 a 49.301 del 2016», e che «L’Italia conta il 30% di tutte le morti per sepsi nei 28 Paesi UE». Per mettere in prospettiva questi numeri, ricordo di nuovo che i decessi da covid-19 al 22 luglio erano 34.142.
Oppure si consideri una persona ricoverata e sottoposta a terapie sbagliate, in seguito alle quali muore. Ricordo che l’errore medico è la terza causa di morte negli Stati Uniti – ma non c’è ragione di pensare che in Italia occupi un posto diverso (e utilizzando la stima fatta per gli USA, che ha una popolazione 5,5 volte quella italiana, si otterrebbe una media di circa 45.000 morti all’anno per errore medico in Italia). È chiaro che se quella persona non avesse chiesto una visita medica o un ricovero, non avrebbe nemmeno corso il rischio di morire per una terapia sbagliata. Ma come si fa a concludere che il disturbo che la ha indotta a chiedere un consulto medico sia «la causa direttamente responsabile della morte»? La questione è lungi dall’essere accademica, ora che si sa che le terapie sbagliate sono state responsabili di una gran parte dei decessi attribuiti al covid-19.

Concludo.

Un autorevole biostatistico statunitense, Irwin Bross, uomo di grande coraggio civile, ebbe a scrivere nel 1987 a proposito del governo e della classe dirigente medica e scientifica le seguenti parole: «Quando dicono che qualcosa è sicuro o buono per te, ciò che questo significa veramente è che è sicuro o buono per loro. A loro non importa quello che succede a te. […] Se c’è qualcuno che proteggerà la tua vita e sicurezza, quel qualcuno non potrai essere che tu.»
È una citazione che mi è tornata in mente spesso durante gli ultimi tre anni, ma soprattutto in questo 2020.
Negli ultimi mesi abbiamo visto il governo italiano prendere misure di contenimento del contagio da SARS-Cov-2, gli effetti immediati e indubitabili delle quali sono stati la degradazione della vita sociale, l’offesa ai diritti civili, la chiusura delle scuole e in prospettiva uno stravolgimento dell’intera esperienza della scuola dell’obbligo, e da un punto di vista economico due miliardi di ore di cassa integrazione tra aprile e giugno e la disoccupazione per mezzo milione di cittadini.
Nonostante l’entusiasmo del governo per il successo della trattativa con l’UE, è chiaro che il “finanziamento per la ripresa” (Recovery Fund) ci è costato un’ulteriore cessione di sovranità nazionale.
Si sente dire che la colpa per questa catastrofe è stata del coronavirus. Troppo comodo. La responsabilità è di una risposta politica basata su una visione angusta e distorta dell’evidenza scientifica, sull’arruolamento di organismi scientifici come agenzie di propaganda governativa, e sul sostanziale disprezzo per i valori democratici.”

 

 

 

L’ISTAT, l’ISS, il covid-19 e la causalità

Analisi del Prof. Marco Mamone Capria Matematico ed Epistemologo presso l’Università di Perugia

«Se analizziamo i dati di mortalità specifici per influenza che l’Istat fornisce ogni anno in Italia, i decessi per influenza sono qualche centinaio. Il motivo principale è che spesso il virus influenzale aggrava le condizioni già compromesse di pazienti affetti da altre patologie (per esempio respiratorie o cardiovascolari) fino a provocarne il decesso. In questi casi spesso il virus influenzale non viene identificato o perché non ricercato o perché il decesso viene attribuito a polmoniti generiche. Per questo motivo diversi studi pubblicati utilizzano differenti metodi statistici per la stima della mortalità per influenza e per le sue complicanze. È grazie a queste metodologie che si arriva ad attribuire mediamente 8000 decessi per influenza e le sue complicanze ogni anno in Italia.»

L’ISS e l’ISTAT hanno cominciato a produrre, eccezionalmente in occasione dell’emergenza covid-19, rapporti congiunti, il che fa nascere due domande. Come avranno fatto a mettersi d’accordo quando si tratta di cause di morte, dato che finora le loro metodologie portavano a risultati così divergenti? Questa è la prima domanda. La seconda è: quali risultati sono stati ottenuti con questo connubio? Cominciamo dal secondo punto.

Le cause di morte da covid-19 secondo il rapporto congiunto ISS-ISTAT

Nell’ultimo rapporto congiunto ISS-ISTAT, “Impatto nell’epidemia COVID-19 sulla mortalità: cause di morte nei deceduti positivi a SARS-Cov-2” [3] , apparso il 16 luglio 2020 e basato sull’analisi di 4942 schede di morte, i due istituti sono riusciti a sconcertare una buona parte dell’opinione pubblica più attenta, annunciando che delle morti di pazienti positivi al test del covid-19 ben 9 su 10 sarebbero dovute «direttamente» al covid-19! Citiamo per esteso questa conclusione:«COVID-19 è la causa direttamente responsabile della morte nell’89% dei decessi di persone positive al test SARS-CoV-2, mentre per il restante 11% le cause di decesso sono le malattie cardiovascolari (4,6%), i tumori (2,4%), le malattie del sistema respiratorio (1%), il diabete (0,6%), le demenze e le malattie dell’apparato digerente (rispettivamente 0,6% e 0,5%).»

Perché questa conclusione è così sorprendente? La spiegazione la dà lo stesso rapporto quando tratta di una delle caratteristiche più note delle persone decedute “con covid-19”: il fatto di essere in larghissima maggioranza affette da altre gravi patologie. Ecco però che cosa ne dice il rapporto: «COVID-19 è una malattia che può rivelarsi fatale anche in assenza di concause. Non ci sono infatti concause di morte preesistenti a COVID-19 nel 28,2% dei decessi analizzati, percentuale simile nei due sessi e nelle diverse classi di età. Solo nella classe di età 0-49 anni la percentuale di decessi senza concause è più bassa, pari al 18%.»

«Il 71,8% dei decessi di persone positive al test SARS-CoV-2 ha almeno una concausa: il 31,3% ne ha una, il 26,8% due e il 13,7% ha tre o più concause. Associate a COVID-19, le concause più frequenti che contribuiscono al decesso sono le cardiopatie ipertensive (18% dei decessi), il diabete mellito (16%), le cardiopatie ischemiche (13%), i tumori (12%). Con frequenze inferiori al 10% vi sono le malattie croniche delle basse vie respiratorie, le malattie cerebrovascolari, le demenze o la malattia di Alzheimer e l’obesità.»

Qui segue l’analisi completa con tutti i dati 

“Termino su una nota di carattere più generale. Non era inaspettato che il “matrimonio” tra ISS e ISTAT sarebbe stato basato sulla difesa a oltranza della linea del governo, della quale l’ISS è stato uno degli artefici. Sarebbe importante che il tipo di analisi causali di cui in [3] fosse svolto da organismi indipendenti e dimostrabilmente privi di conflitti di interesse. Chi si è impegnato su una certa politicasanitaria è il soggetto meno adatto a valutarla imparzialmente. E sarebbe ora che i giornalisti, anche a costo di perdere “rendite di posizione” di vario tipo, cessassero di fare da cassa di risonanza alle “verità governative”, e investigassero la fondatezza delle notizie e dei giudizi che riferiscono, magari chiedendo pareri anche a soggetti non compromessi con l’azione del governo.”

EVIDENZE SCIENTIFICHE DELLA VACCINAZIONE ANTI-INFLUENZALE

Riceviamo e pubblichiamo il Report EVIDENZE SCIENTIFICHE a cura del Dottor Diego Tomassone

PREMESSA

Il Ministero della salute ha pubblicato la Circolare Prevenzione e controllo dell’influenza: raccomandazioni per la stagione 2020-2021, elaborata dalla Direzione Generale della Prevenzione sanitaria.

La Circolare, oltre a contenere informazioni sulla sorveglianza epidemiologica e virologica, fornisce raccomandazioni per la prevenzione dell’influenza attraverso la vaccinazione e le misure di igiene e protezione e raccomanda l’attivazione di campagne di informazione/educazione della popolazione e degli operatori sanitari coinvolti nell’attuazione delle strategie vaccinali.

Dal momento che nella prossima stagione influenzale 2020-2021, non è esclusa una co-circolazione di virus influenzali e SARS-CoV-2, si sottolinea l’importanza della vaccinazione antinfluenzale, in particolare nelle persone ad alto rischio di tutte le età, per semplificare la diagnosi e la gestione dei casi sospetti, dati i sintomi simili tra COVID-19 e Influenza.Vaccinando contro l’influenza, inoltre, si riducono le complicanze da influenza nei soggetti a rischio e gli accessi al pronto soccorso. La vaccinazione antinfluenzale può essere offerta gratuitamente nella fascia d’età 60-64 anni. Per quanto riguarda gli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie che operano a contatto con i pazienti e gli anziani istituzionalizzati in strutture residenziali o di lungo degenza, la vaccinazione è fortemente raccomandata nella prospettiva di una iniziativa legislativa che la renda obbligatoria.

Vista l’attuale situazione epidemiologica relativa alla circolazione di SARS-CoV-2, il documento raccomanda di anticipare la conduzione delle campagne di vaccinazione antinfluenzale a partire dall’inizio di ottobre e offrire la vaccinazione ai soggetti eleggibili in qualsiasi momento della stagione influenzale, anche se si presentano in ritardo per la vaccinazione. Questa campagna di forte raccomandazione tendente all’obbligo, rappresenta una sorta di “traghetto”in attesa del vaccino anti-SARS-Cov2, di cui lo scrivente ha già parlato in questo articolo redatto insieme ad altri liberi pensatori e ricercatori, illustrandone la poca fattibilità ed i rischi già emersi e pubblicati sulla rivista “Nature”.

La motivazione che spinge a raccomandare fortemente il vaccino anti-influenzale, è che lo stesso, secondo i proponenti di questo piano di prevenzione, proteggendo le fasce più deboli della popolazione aiuterà, grazie all’immunizzazione del singolo individuo ed alla ipotetica immunità di gregge,anche a ridurre i casi di contagio per una eventuale seconda ondata di Sars-CoV-2. Purtroppo però questo scenario non solo è ipotetico, ma soprattutto utopistico e non reale, e nella seguente trattazione verrà argomentata ampiamente la posizione di NO obbligo nei confronti del vaccino anti-influenzale, alla luce delle evidenze scientifiche ad oggi note.

Il Report completo con tutti i riferimenti e le evidenze scientifiche segue qui

Muco intestinale alterato spia di malattie neurologiche?

Cambiamenti nel muco che ricoprono il tratto gastrointestinale (GI) possono contribuire allo squilibrio batterico nell’intestino ed esacerbare i sintomi di base di autismo, malattia di Parkinson (PD), malattia di Alzheimer (AD), e sclerosi multipla (SM). È quanto suggerisce un nuovo studio pubblicato online su “Frontiers in Cellular and Infection Microbiology”.

«La nostra ricerca evidenzia l’importanza di affrontare i problemi intestinali che possono essere sperimentati da persone con disturbi cerebrali, secondo una visione olistica che riconosce i modi in cui i problemi gastrointestinali possono determinare un’acutizzazione dei loro sintomi neurologici» scrivono gli autori, guidati da Elisa Hill-Yardin, della RMIT University di Bundoora (Australia).

«Il nostro lavoro dimostra che l’ingegnerizzazione microbica e la modificazione del muco intestinale allo scopo di aumentare una buona flora batterica sono potenzialmente opzioni terapeutiche per i disturbi neurologici» sottolineano.

Un nuovo asse intestino-cervello che coinvolge il microbiota 
I disturbi neurologici e gastrointestinali spesso coesistono. Disordini intestinali spesso sono associati e precedono i sintomi fondamentali delle patologie neurologiche sopra citate ma le cause esatte non sono chiare.

La revisione di 113 studi neurologici, gastroenterologici e microbiologici condotta da Hill-Yardin  e  colleghi indica un filo conduttore: i cambiamenti nel muco intestinale.
In tutti e quattro i disturbi neurologici, ci sono prove di livelli alterati di specie batteriche associate alla mucosa, riferiscono gli autori.

Per esempio, un recente studio che ha coinvolto pazienti con AD che avevano anche sintomi indicativi di sindrome infiammatoria intestinale ha mostrato un’associazione tra disbiosi, o squilibrio microbico, e un aumento dei batteri mucolitici. Allo stesso modo, campioni di feci di pazienti affetti da AD hanno mostrato un aumento dei batteri infiammatori e una diminuzione dei batteri antinfiammatori.

Ricerche precedenti, fanno notare i ricercatori, hanno dimostrato che la disbiosi microbica in pazienti con AD provoca un aumento della permeabilità intestinale che può portare a infiammazione sistemica e compromettere la barriera emato-encefalica.

Uno squilibrio batterico nella mucosa intestinale è evidente anche nei pazienti con autismo, PD e SM. D’altro canto, molteplici pathway rilevanti per l’omeostasi del muco possono essere influenzati da compromissione del sistema nervoso in pazienti con malattie neurologiche, aggiungono gli sperimentatori.

Le alterazioni nel muco intestinale rappresentano una «nuova connessione intestino-cervello che apre nuove strade da esplorare per gli scienziati, così come cerchiamo modi per trattare meglio i disturbi del cervello avendo come bersaglio il nostro “secondo cervello”: l’intestino» affermano Hill-Yardin e colleghi.

«C’è necessità di molta più ricerca per identificare chiaramente le implicazioni cliniche. Se riusciamo a comprendere il ruolo che il muco intestinale svolge nelle malattie cerebrali, possiamo provare a sviluppare trattamenti che sfruttano questa parte precisa dell’asse intestino-cervello» sottolineano.

Dati interessanti ma ricavati da una revisione di altri studi
Questa è «una review interessante, poiché il muco non è un punto focale comune dell’attenzione nella discussione sul potenziale ruolo dei cambiamenti della composizione microbica intestinale (cioè del microbiota) o di altre modificazioni enteriche nel PD e in altri disturbi neurologici» osserva Alessandro Di Rocco, direttore del programma dei disturbi del movimento per la Northwell Health a Great Neck (New York).

«Questo, comunque, è un documento di revisione e costruisce il suo argomento assemblando prove da altri studi, senza una sola prova sperimentale preminente. L’argomento del ruolo del muco è quindi altamente speculativo» avverte Di Rocco.

«L’aspetto più interessante di questo articolo di revisione è che il muco potrebbe essere un potenziale bersaglio terapeutico per un intervento volto a riequilibrare il microbiota o a normalizzare altri cambiamenti osservati nell’intestino dei pazienti con PD, e il muco è probabilmente un bersaglio più facile per un ipotetico trattamento» conclude.

Riferimento bibliografico:
Herath M, Hosie S, Bornstein JC, et al. The Role of the Gastrointestinal Mucus System in Intestinal Homeostasis: Implications for Neurological Disorders. Front. Cell. Infect. Microbiol, 2020 May 28. doi:10.3389/fcimb.2020.00248 [Epub ahead of print]

FONTE

 

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