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IL PUNTO SULLA MASCHERINA-Dott. P. Gottarelli, Medico

Di Paolo Gottarelli*

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La disinformazione mediatica ha fatto credere alla popolazione che con l’uso delle mascherine, anche se FP2 o FP3, non si trasmette il COVID 19. FALSO!

Il motivo è semplice ed è legato alle dimensioni della struttura della mascherina cioè alle dimensioni della trama tessile rispetto alle dimensioni del virus. Per dare una idea bisogna sapere che i virus non sono visibili al microscopio ottico, per vederli bisogna usare il microscopio elettronico. La punta di uno spillo può accogliere circa 10.000 virus!

Le mascherine pertanto hanno la sola funzione di evitare di “sputare” in faccia alla gente quando si è a distanza ridotta. Si deve inoltre tenere in considerazione il fatto che la  mascherina andrebbe cambiata più volte al giorno, sia perché diventa un ricettacolo di polveri e batteri, ma anche perché quando è leggermente bagnata da muco nasale e da saliva ed anche da vapore acqueo, il tessuto bagnato diventa un ottimo conduttore fra ambiente esterno ed interno alla mascherina stessa.

Viste le ridottissime dimensioni del virus (120 nanometri), gli unici ausili efficaci da usarsi sono delle vere e proprie maschere antigas oppure maschere aderenti con bordi sigillanti in silicone e dotate di particolari filtri a 4 strati (almeno!) denominati ULPA. Questi filtri, normalmente usati per aspirare fumi inquinati, sono gli unici a potere filtrare con certezza anche i virus.

Riguardo l’uso consigliato e propagandato, quando addirittura uso obbligatorio, dei guanti in lattice, la disinformazione è ancora peggiore!

Affinché il guanto possa essere un ausilio utile ed efficace bisognerebbe sostituirlo in continuazione perché il lattice trattiene virus e batteri e dopo pochi contatti diventa un  vero e proprio terreno di coltura del peggio del peggio.

Almeno la cute è fisiologicamente dotata di una serie di batteri, virus e funghi che compongono il cosiddetto MICROBIOTA cutaneo. Ricordiamo che oltre al microbiota intestinale, che è quello che ci difende dalle malattie presiedendo all’80% del sistema immunitario, esistono pure specifici ed indispensabili microbiota a livello buccale (della bocca), nasale, genitale, ecc.

Pertanto l’uso di guanti, se non cambiati di frequente, risulta essere addirittura pericoloso e nocivo.

Un ultimo consiglio da rinologo e chirurgo nasale riguarda un aspetto del quale non si parla mai. L’importanza del naso per la respirazione la conosciamo ma poco si dice riguardo all’importantissima azione FILTRANTE del naso e delle coane. Grazie infatti alla presenza dei peli intranasali (le vibrisse) dei turbinati inferiori (che oltre che a filtrare ed umidificare l’aria , la riscaldano), il tortuoso passaggio intranasale dell’aria ha un potere fondamentale di filtrazione , che purtroppo perdono le persone che respirano a bocca aperta!

Pertanto non strappate i peli intranasali e cercate sempre di respirare a bocca chiusa. Ciò facendo eviteremo di spargere goccioline di saliva nell’ambiente ed allo stesso tempo ci proteggeremo dalla inalazione buccale di polveri , batteri e virus.

Prof. Dott. Paolo Gottarelli

 

 

 *Prof. Dott. Paolo Gottarelli, Via D’Azeglio, 57 – 40123 Bologna, Italy – Tel. 051.342912 – fax 051.345986 – www.paologottarelli.com – mail:info@paologottarelli.it

Laureato in Medicina e Chirurgia con punti 110/110 e Lode presso l’Università degli studi di Bologna nel 1978.

– Specialista in Chirurgia Plastica Ricostruttiva presso UniPd nel 1991.

– Specialista in Odontostomatologia presso UniBo nel 1981

– Diploma di perfezionamento Post-Universitario, in Chirurgia Plastica Estetica conseguito presso UniPv.

– Diploma di perfezionamento Post-Universitario, in Chirurgia della Piramide Nasale conseguito presso UniSi.

– Diploma di perfezionamento Post-Universitario, in Biomateriali conseguito presso UniBo.

– Dal 1992 al 2007 Professore a contratto presso UniFe, Clinica Otorinolaringoiatria, con l’insegnamento di “Tecniche Chirurgiche Correttive Estetico Funzionali della Piramide Nasale”;

– Dal 1992 al 1995 Professore a contratto presso UniBo, Scuola di Specializzazione in Medicina Fisica e Riabilitazione, con l’insegnamento integrativo di ”Principi di Chirurgia Plastica”.

– Dal 1992 al 1994 Professore a contratto presso la Scuola di Specializzazione in Odontoiatria e Protesi Dentale di Bologna, con l’insegnamento integrativo di ”Terapia Chirurgica delle Precancerosi del cavo orale”.

– Dal 1992 al 1993 Professore a contratto presso l’Istituto Superiore di Medicina Olistica ed Ecologia dell’Università di Urbino.

– Docente di Odontostomatologia e Chirurgia Plastica Ricostruttiva in molteplici corsi e seminari.

– Ha tenuto molteplici Lezioni Magistrali ed è stato relatore in molteplici Corsi e Convegni internazionali

Nascere in casa ai tempi del Covid: una conseguenza o l’inizio di una nuova strada?

Stare a casa, rallentare, staccarsi dalla routine quotidiana, in alcuni casi può essere faticoso, ma anche senza volerlo ci porta a guardarci: guardare l’ambiente in cui viviamo, guardare di più le persone con cui viviamo, guardare meglio noi stessi. Un tempo fermo che ci induce a elaborare scelte fatte e a valutare scelte per il futuro, riscoprendo l’importanza del nostro nucleo, mettendo al primo posto il benessere.

“C’è chi decide di lasciare una casa senza balconi, chi valuta di cambiare lavoro, chi decide di mettere al mondo un figlio, e chi si trova davanti alla scelta del luogo del parto”, spiega Marta Campiotti, Fondatrice di Nascere in Casa (www.nascereacasa.it), che descrive la scelta del parto in casa esattamente come una conseguenza di una nuova visione della vita che mette al primo posto il benessere e la protezione del nucleo familiare.

“Non era possibile che mio marito conoscesse suo figlio 4 giorni dopo la nascita e non potesse far parte dei suoi primi giorni di vita…” racconta Jennifer, che ha partorito in casa in Sardegna il suo primo figlio.

E proprio questo divieto dei padri di entrare in sala parto, di far parte del momento nascita, è uno dei motivi che hanno spinto le donne ad informarsi su possibili alternative.

Marta Campiotti ci parla di un “movimento dei padri che sentono più forte il loro ruolo di protezione del nido, e cercano in prima persona di informarsi sulla soluzione migliore per garantire sicurezza e umanità alla propria compagna”.

Ma non è solo l’assenza del padre o dei familiari ad influenzare la scelta del luogo del parto: è molto presente la paura di un’assistenza carente perché concentrata nell’emergenza Covid. Diverse sono le testimonianze che raccontano di personale ridotto, ore di solitudine, dimissioni precoci non protette.

Sono aumentate tantissimo le richieste delle donne, che non avendo valutato prima la possibilità di partorire in casa, si ritrovano a fare una scelta non consapevole: da una parte la paura del ricovero in ospedale,  con il rischio di contagio e la solitudine nell’affrontare un’esperienza così importante, dall’altra la paura di partorire in casa con poca informazione a riguardo. Talvolta le richieste di assistenza al parto in casa si manifestano nell’ultimo mese di gravidanza, mettendo in condizioni le ostetriche di non poter accettare l’assistenza: le linee guida infatti raccomandano un’assistenza più lunga in gravidanza che possa permettere la valutazione di un percorso fisiologico.

Claudia, che ha partorito in Umbria il suo quarto figlio, racconta: “Inizialmente scelsi l’ospedale ma quando non mi permisero di avere accanto né mio marito, né la mia ostetrica di fiducia, mi sono sentita la sicurezza crollare.  Ho passato gli ultimi due mesi a piangere cercando di capire quale fosse la soluzione migliore. L’ultima settimana prima del parto, ho saputo che nell’Ospedale che avevo scelto avevano riaperto la possibilità di assistere al parto sia all’ostetrica di fiducia, che al papà, ma limitatamente al momento del parto. Quando iniziai il travaglio a casa, in attesa che arrivasse la mia ostetrica, mi sentivo bene, così al suo arrivo, ci rendemmo conto che mancava davvero poco, e realizzai in quel momento un forte desiderio di voler stare a casa: avrei partorito in quell’ambiente intimo mio figlio.

E’ stato un parto splendido, avendo avuto brutte esperienze non avevo mai pensato a un parto in casa prima, ma ora rivedo con occhi diversi ciò che ho vissuto nei parti precedenti. Se arrivasse un altro figlio lo rifarei? In condizioni di fisiologia, assolutamente sì, sarebbe la mia prima scelta.”

Una nuova consapevolezza condivisa anche da Jennifer, che al suo primo parto racconta “non ho il confronto, perché non ho mai partorito in Ospedale, ma posso solamente dire che c’era un’atmosfera intima, affettuosa, piena di emozione. Se avrò un altro bambino e sarà possibile, sceglierò il parto in casa”.

Sia che abbiano avuto esperienze precedenti, o che siano alla prima gravidanza, molte sono le donne che chiedono informazioni sull’assistenza, e alcune di loro arrivano a realizzare l’esperienza, vivendola in maniera positiva.

“Spero che questo aumento di richieste possa essere un’opportunità per offrire maggiori informazioni e ridare fiducia al parto in casa, portandolo finalmente ad essere una scelta consapevole e informata, una prima scelta e non un’alternativa” sostiene Simona Pantanella, ostetrica di Frosinone.

La scelta purtroppo non è tuttavia sempre accessibile, perché una delle conseguenze della quarantena ha pesato negativamente sul fattore economico, influenzando maggiormente le regioni che non prevedono il rimborso dell’assistenza. “Una disparità tra le regioni che si fa sentire anche in termini di percezione socio culturale; infatti, qualora non sia normato con un rimborso delle spese, il parto a domicilio rischia di perdere il riconoscimento come scelta possibile” spiega Marta Campiotti.

Il parto in casa per molti è ancora un tabù e c’è chi ne continua a mettere in discussione la sicurezza, ma i vantaggi sono dimostrati da evidenze empiriche e scientifiche.

Già nel 1985 l’Organizzazione Mondiale della Sanità sosteneva la necessità di riportare il parto a un livello meno tecnologico di assistenza e aveva dichiarato che “il parto deve avvenire al livello di assistenza più basso compatibile con la sicurezza”. Ora il NICE (National Institute for Health and Care Excellence), ci fornisce il supporto scientifico a questo principio: a fronte di un importante miglioramento degli esiti, in certi criteri di sicurezza, partorire a casa non provoca alcun aumento del rischio, né per la madre né per il neonato. Non un’opinione quindi su cui si può essere d’accordo o meno, ma una certezza scientifica dimostrata.

Con questi presupposti, confidiamo in un futuro in cui la scelta del parto in casa non sarà solo in aumento, ma potrà essere una vera scelta, non dettata da paure e che risponda ai desideri della coppia nel rispetto della fisiologia: una scelta informata, libera e consapevole.

 (Laura Capossele, Ostetrica e Custode della Nascita®   – Custodi del Femminino®)

Cos’ha lasciato in ombra il Covid-19. Epidemiologia e insensatezze dell’emergenza coronavirus

di  Sara Gandini * e  Marco Mamone Capria **
Sono tanti gli episodi assurdi, al limite del surreale, accaduti durante questo periodo di lockdown, episodi in cui si manifestano tutti i limiti di ragionamenti che contrappongono il diritto alla salute al diritto al lavoro, come se i due potessero essere disgiunti.
Se non si ha un lavoro, se non si ha di che comprarsi da mangiare, come si fa a stare in salute?
Se non si ha una casa, anzi una casa decente, dove e come si può fare la quarantena?
La crisi economica che ci aspetta sarà pesantissima: come pagheremo la sanità pubblica?
E soprattutto come pagherà le proprie spese sanitarie chi uscirà maggiormente indebolito da questa crisi, quando è ben noto che già prima di essa milioni di italiani  rinunciavano a cure  che non si potevano permettere?

Sara Gandini, epidemiologa/biostatistica presso l’Istituto Europeo di Oncologia di Milano. professoressa a contratto di statistica medica presso l’Università Statale di Milano.

** Marco Mamone Capria, matematico ed epistemologo presso l’Università di Perugia, coordina il progetto Scienza e Democrazia e collabora con Il Giornale dei Biologi, organo ufficiale dell’Ordine Nazionale Biologi.

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MASCHERINE: USO CORRETTO E PARERI SCIENTIFICI

Riportiamo in corsivo alcuni stralci (le evidenziature in grassetto sono le nostre) dell’ articolo del 29 aprile qui pubblicato col titolo altisonante: Ma siamo proprio sicuri delle mascherine obbligatorie?”, che riporta, a sua volta, la Lettera aperta della:

Fondazione Allineare Sanità e Salute
Fondazione per la Salutogenesi 
Gruppo NoGrazie
ISDE Medici per l’Ambiente
Medicina Democratica Onlus.

<<“la Scienza” non proclami dogmi, ma accetti di mettersi civilmente in discussione. Confutare – certo, con l’onere della prova – “verità” date per scontate non è affatto atteggiamento antiscientifico. Pensiamo che i rappresentanti politici abbiano la responsabilità di assicurare un ambiente antidogmatico favorevole ad un dibattito scientifico libero, trasparente ed esente da conflitti d’interessi, come garanzia di un reale progresso delle conoscenze e del benessere della società.>>

Pericoloso fare attività motoria con la mascherina! “Rischiate l’alcalosi e lo svenimento“.

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Pubblichiamo, inoltre, l’interessante intervento del Dottor Alberto Macis dell‘Istituto di Medicina dello Sport della FMSI, e coordinatore regionale antidoping Sardegna. In relazione all’utilizzo delle mascherine durante l’attività sportiva, modalità che alcune regioni starebbero valutando nella Fase 2, il dottore ha dichiarato:

la mascherina è controproducente, se indossata durante la corsa o, comunque, durante l’attività motoria. Parliamo, naturalmente, di mascherine chirurgiche, che hanno lo scopo di proteggere gli altri dalla vaporizzazione del respiro di chi le indossa. I ‘droplet’, le goccioline che veicolano il virus, vengono bloccate, proteggendo le persone che stanno accanto. Capisco che chi governa debba decidere facendo attenzione alla testa degli altri, ma la mascherina crea problemi”.

“Se, per esempio, la si indossa durante un test da sforzo, io medico sono protetto da eventuali vaporizzazioni. Ma chi si sottopone a sforzo, con la mascherina che copre naso e bocca, respira una quantità maggiore di anidride carbonica, rischiando di andare in alcalosi e quindi rischiando lo svenimento. Perché, in questo modo, si respira una miscela di anidride carbonica superiore a quella presente nell’aria”.

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Infine, l’articolo: “La mascherina sbagliata non serve a nulla. Ecco come scegliere quella giusta

“A chiarirlo un position paper dell’Associazione dei produttori e distributori dei dispositivi di protezione individuali e collettivi. Quelle da usare sono le semimaschere filtranti antipolvere: si tratta di dispositivi che coprono il naso, la bocca e il mento, costituiti interamente o in larga parte da materiale filtrante e idonei a proteggere contro gli aerosol sia solidi sia liquidi”.