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Alcuni psicofarmaci espongono ad un rischio inaccettabile in rapporto ai benefici

Si tratta sopratutto di alcuni psicofarmaci, antidepressivi.  In particolare citalopram (Seropram®), duloxetina (Cymbalta®), venlafaxina (Efexor®) ma il documento non si limita a questi.

Questa la sintesi dell’articolo: In alcuni casi questi farmaci espongono a un rischio inaccettabile in rapporto ai benefici, in altri si tratta di prodotti oramai sorpassati da molecole più recenti; ma può accadere anche il contrario, oppure i vantaggi promessi sono incerti perché provati solo verso placebo. Nella maggioranza dei casi si tratta di prodotti che hanno un’alternativa migliore.

Qui, invece, l’intero articolo: http://www.sportellotiascolto.it/psicofarmaci-seropram-cymbalta-efexor/

Le case farmaceutiche finanziano le Associazioni di Volontariato dei pazienti

Riportiamo e commentiamo questo articolo pubblicato il 23 gennaio 2020 sul sito dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri-IRCCS, il quale, sulla scorta di un articolo del 22 gennaio 2020 del British Medical Journal (BMJ), relativo alla revisione sistematica di 26 studi pubblicati tra il 2003 e il 2018 dal medesimo BMJ, denuncia, ancora una volta, il possente e talvolta non dichiarato conflitto di interesse tra Case farmaceutiche ed Associazioni di Volontariato.

Dall’articolo estrapoliamo un dato molto significativo:

poco meno di un terzo delle Associazioni che ha ricevuto fondi dall’Industria lo dichiara sui propri siti“.

Ed inoltre:

Nel 2012 abbiamo condotto un’ analisi di siti di associazioni di pazienti italiane per valutarne la trasparenza, ed è emerso un quadro poco incoraggiante – aggiunge Cinzia Colombo, ricercatrice del Laboratorio di ricerca sul coinvolgimento di cittadini in sanità, che si occupa da diversi anni di conflitti di interesse -. Nonostante risalga a qualche anno fa, l’ indagine mostra dati analoghi a quelli emersi a livello internazionale dalla revisione sistematica che abbiamo condotto”.

E’ proprio dagli atti di un convegno della dott.ssa Cinzia Colombo dell’Istituto Mario Negri, che abbiamo tratto l’immagine, eloquentemente significativa del contenuto del convegno medesimo e di quello oggetto degli articoli succitati.

Sarebbe stato utile conoscere i nominativi di codeste associazioni di volontariato che ricevono finanziamenti dalle case farmaceutiche. 

 

La vaccinazione HPV previene il tumore al collo dell’utero/cervice uterina?

Pubblichiamo l’Abstract di uno studio pubblicato il 21/01/2020 dal Journal of the Royal Society of Medicine.
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Abbiamo condotto una valutazione critica degli studi di efficacia di fase 2 e 3 pubblicati in relazione alla prevenzione del tumore del collo della cervice uterina nelle donne. La nostra analisi mostra che gli stessi studi di efficacia hanno generato incertezze significative minando le dichiarazioni di efficacia in essi esposti. Vi sono stati 12 studi di controllo in random (RCT, Randomized Control Trials) su Cervarix e Gardasil. Le popolazioni di sperimentazione non riflettevano i gruppi target di vaccinazione a causa delle differenze di età e dei criteri restrittivi di inclusione dello studio. L’uso di esiti surrogati aggregati e distanti tra loro rende impossibile determinare effetti su esiti clinicamente significativi. Non è ancora chiaro se la vaccinazione contro il papillomavirus umano (HPV) prevenga il tumore del collo dell’utero poiché gli studi non sono stati progettati per rilevare questo esito, che richiede decenni per manifestarsi. Sebbene appaia un’evidenza che la vaccinazione possa prevenire la neoplasia cervicale intraepiteliale di grado 1 (CIN1), questo non è un risultato clinicamente rilevante (nessun trattamento è necessario). Le prove hanno utilizzato risultati surrogati compositi che includevano CIN1. Un’alta efficacia contro CIN1 + (CIN1, 2, 3 e adenocarcinoma in situ (AIS)) non implica necessariamente alta efficacia contro CIN3 + (CIN3 e AIS), che si verificano con frequenza assai inferiore. I dati presenti sono insufficienti per concludere chiaramente che il vaccino HPV previene CIN3 +. È probabile che la CIN sia stata sovra-diagnosticata negli studi di controllo poichè gli esami citologici sulla cervice uterina risultano condotti ad intervalli di 6-12 mesi, anziché con il comune intervallo di screening di 36 mesi. Ciò significa che gli studi di verifica potrebbero aver sopravvalutato l’efficacia del vaccino poiché alcune lesioni sarebbero comunque regredite in modo spontaneo. Molti altri studi hanno diagnosticato un’infezione persistente sulla base di test con frequenza a brevi intervalli, ad esempio minori di sei mesi. Vi è incertezza sul fatto che le infezioni rilevate possano risolversi o permanere ed in seguito condurre a mutamenti sulla cervice uterina.”